Shoshin: la mente del principiante

da | Giu 25, 2026

A volte smettiamo di vedere le cose perché pensiamo di conoscerle quando invece coltivare la mente del principiante potrebbe cambiare tutto.

La strada per tornare a casa. La stanza in cui entriamo ogni mattina. Il viso di una persona amata. La pianta sul davanzale. La voce dei bambini quando chiedono qualcosa per la terza volta.

La familiarità è preziosa. Ci fa sentire al sicuro, ci orienta, ci permette di muoverci nel mondo senza dover ricominciare da zero ogni giorno. Ma qualche volta diventa una patina, quando guardiamo in fretta perché crediamo di aver già visto. Ascoltiamo a metà perché pensiamo di sapere come finirà una frase. Rispondiamo prima ancora che una domanda abbia davvero trovato posto.

Nella filosofia giapponese e nella pratica zen, shoshin, scritto 初心, viene spesso associato alla mente del principiante. Non significa ingenuità, né mancanza di esperienza. Al contrario, è un invito molto sottile: continuare a imparare anche quando crediamo di sapere già.

La mente del principiante non entra nel mondo con l’urgenza di classificare tutto. Si avvicina, osserva, lascia spazio e, soprattutto, non ha fretta di chiudere.

Lo sguardo che resta aperto

Da adulti, sapere diventa spesso una forma di protezione. Abbiamo bisogno di risposte, di abitudini, di spiegazioni. Ci aiutano a organizzare la vita, a prendere decisioni, a non sentirci sempre esposti all’incertezza.

Eppure, quando tutto viene coperto da ciò che pensiamo di sapere, qualcosa si perde.

Perdiamo la capacità di stupirci davanti a una cosa semplice. Perdiamo la pazienza di ascoltare davvero. Perdiamo l’attenzione verso i dettagli piccoli, quelli quasi impercettibili ma che cambiano l’atmosfera di una giornata.

I bambini, invece, abitano più spesso questo sguardo aperto. Si fermano davanti a un insetto sul muro, a una foglia che galleggia in una pozzanghera, a una bolla nell’acqua, a una pietra che per qualche motivo diventa importante. 

Non stanno perdendo tempo? No. Stanno incontrando il mondo senza averlo già consumato.

A volte noi adulti trasformiamo subito quella meraviglia in una spiegazione. Diamo il nome scientifico, correggiamo, aggiungiamo informazioni, cerchiamo di rendere utile anche lo stupore. E certo, spiegare può essere bello, ma non sempre deve arrivare subito.

Ci sono momenti in cui la cosa più preziosa è restare un po’ lì, a guardare insieme. Fare una domanda invece di dare una risposta. Dire “non lo so, vediamo un po’ che succede”. Lasciare che la curiosità non venga chiusa troppo presto.

Shoshin ci insegna proprio questo: non usare la conoscenza come un coperchio. Sapere molto non dovrebbe impedirci di vedere ancora. Anzi, forse la conoscenza più viva è quella che continua a lasciare spazio alla sorpresa.

Imparare dai bambini senza idealizzarli

Dire che i bambini hanno uno sguardo più aperto non significa trasformarli in piccoli maestri perfetti. Anche loro si distraggono, si stancano, si impuntano, passano da una cosa all’altra con la velocità del vento.

Ma nell’infanzia c’è una disponibilità che vale la pena proteggere.

I bambini non hanno ancora deciso che una nuvola è “solo” una nuvola, che un sasso è “solo” un sasso, che una domanda semplice merita una risposta veloce. Possono vedere un universo in ciò che per noi è sfondo. E questo non perché vivano in un mondo più magico, ma perché il loro sguardo non ha ancora archiviato tutto.

Forse shoshin, nella vita quotidiana, può diventare un modo per riaprire piccoli varchi.

Possiamo entrare in una conversazione senza la presunzione di sapere già cosa l’altra persona dirà. Possiamo riguardare un luogo familiare cercando un dettaglio mai notato. Possiamo ascoltare una domanda dei bambini senza correre subito alla risposta giusta. Possiamo lasciare che una giornata ordinaria contenga qualcosa di nuovo, anche se il programma sembra identico a ieri.

Ne I racconti dei Marimo®, questa attenzione trova casa nelle cose minuscole. Un marimo osservato ogni giorno potrebbe sembrare sempre uguale, e invece cambia con la luce, con l’acqua, con il tempo, con lo sguardo di chi si ferma ad ammirarlo. 

La meraviglia non nasce sempre da ciò che è straordinario; a volte nasce dal tornare a vedere ciò che avevamo smesso di osservare.

Shoshin non ci chiede di cancellare ciò che abbiamo imparato. Sarebbe impossibile, e nemmeno necessario. Ci chiede di non lasciare che l’esperienza diventi arroganza, automatismo, chiusura, presunzione.

C’è un modo di sapere che resta sempre gentile. Sa, ma non invade. Conosce, ma non smette di ascoltare. Ha esperienza, ma non spegne la domanda.

Imparare a guardare il mondo senza sapere già tutto significa forse accettare che ogni cosa, anche la più familiare, può ancora rivelare qualcosa.

E che a volte la vita ricomincia proprio da lì: da uno sguardo che si posa meglio o in modo diverso sulla stessa cosa.

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